Anna – Barasat – India

In molti mi hanno chiesto come mai ho deciso di andare in India a Pasqua.

È una domanda apparentemente semplice, ma alla quale non sono sicura di aver trovato una risposta.

Premetto che ho sempre avuto il desiderio di viaggiare e la mia curiosità si orientava soprattutto in direzione di luoghi lontani e “inconsueti”: volevo conoscere la vera realtà dei luoghi e delle persone, quella autentica, non troppo contaminata dalle influenze dell’occidente.

Qualche anno fa ho fatto un viaggio di conoscenza in Etiopia; è stato il mio primo vero viaggio ed è stata un’esperienza davvero forte e bella, che invece di soddisfare la mia curiosità l’ha alimentata. Negli anni successivi non ho avuto però l’opportunità di ripetere l’esperienza.

Solo negli ultimi mesi mi sono accorta che mi mancava qualcosa: mi stavo lasciando trascinare nella vita da quello che mi accadeva intorno, senza esserne pienamente cosciente e senza vivere in profondità. Sentivo di allontanarmi dalla strada sulla quale avrei voluto incamminarmi. È nato così il desiderio di fare un altro viaggio di conoscenza, approfittando delle vacanze di Pasqua.

Non so perché ho scelto proprio l’India come meta, forse è stato più uno scegliersi reciproco.

Nel mio immaginario l’India è la patria della spiritualità, dove la dimensione interiore ha ancora un’importanza centrale. Ed era proprio quello di cui avevo bisogno e cercavo: riprendere il contatto con la mia dimensione interiore che stavo soffocando. E così, con l’aiuto di sr. Irmarosa e poi di Gloria e Flavia, sono partita.

E quando sono partita non mi sarei mai aspettata di ricevere tanti pugni nello stomaco e allo stesso tempo tante dolci carezze.

Ho provato tanta compassione al punto da piangere lacrime quando, nel villaggio di Takur Nagar, sr. Annalisa ci ha portate da Roma, una donna che vive da sola con la figlia adolescente al limitare della giungla e che da molto tempo non ha più notizie del marito partito alla ricerca di un lavoro. Sr. Annalisa ha fatto in modo di avviare un progetto per raccogliere fondi per aiutare queste due donne. Quando siamo arrivate la madre ci ha stretto la mano e ha cominciato a piangere singhiozzando; ci ha poi spiegato che le sue erano lacrime di commozione per l’aiuto che riceveva grazie a questo progetto e sapeva che anche noi eravamo lì per aiutarla. È stato un momento carico di tenerezza che mi ha toccato il cuore e mi ha fatto scendere lacrime.

Un altro episodio che mi ha scossa nel profondo si è verificato in una missione a Calcutta: abbiamo visitato un centro dove viene fornito un servizio per i minori; c’è un centralino dove la gente può rivolgersi per denunciare situazioni di sfruttamento minorile, violenza, abbandono. Durante la nostra visita nella stanza accanto erano chiusi 3 bambini di circa 10 anni e ci hanno spiegato che si trovavano lì perché erano considerati pericolosi; all’inizio non capivo cosa intendessero per pericolosi e la risposta che mi è stata data è stata per me sconcertante: erano accusati di aver ucciso un uomo. Ho subito pensato ai bambini delle nostre scuole e non potevo credere che dei bambini che dovrebbero pensare a giocare e a divertirsi potessero compiere un atto tanto violento. Ho lasciato il centro con una tristezza profonda nell’anima e lacrime amare. Soffrivo nel profondo del cuore per quei bambini. Questo è stato il pugno più duro da digerire.

Ma per fortuna ho ricevuto anche moltissime dolci carezze. Innanzitutto da sister Annis, la suora che ci ha ospitato nella casa di Barasat assieme alle bambine: mi capitava di osservarla mentre, con il grembiule sopra il sari, preparava da mangiare; assorta nei suoi pensieri, sul suo viso madido di sudore traspariva la preoccupazione e la stanchezza, ma appena si accorgeva di essere osservata nascondeva tutto dietro ad un amorevole sorriso. È stato un esempio di amore autentico.

Poi c’erano le bambine della Home Providence. Riuscivano a distogliermi da qualsiasi pensiero e a farmi ridere di cuore con la loro ingenua curiosità (mi hanno contato tutti i nei che ho sulle braccia!); sono state le mie parrucchiere per 10 giorni.

 

10 giorni in India mi hanno fatto provare tanta compassione e commozione, delle quali non mi credevo capace e che si sono sfogati in un pianto a dirotto in aeroporto a Calcutta quando ho salutato sister Annis e Rani che mi hanno accompagnata.

Per me l’India è un posto dove devo tornare, ma non per salvare bambini come ha detto un mio alunno, ma per salvare me.

Anna

Pasqua, 2014